Interrogazioni Parlamentari
Allegato B
Seduta n. 132 del 22/3/2007
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PRESIDENZA
DEL CONSIGLIO DEI MINISTRIInterpellanze urgenti (ex articolo 138-bis del regolamento):
I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro dell’economia e delle finanze, il
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Ministro dello sviluppo economico, per sapere – premesso che:
con delibera 20 dicembre 2004, n. 84 (Gazzetta Ufficiale n. 86/2005), il ministero delle attività produttive oggi Ministero dello sviluppo economico è stato autorizzato alla stipula del contratto di programma con le società: Sviluppo Italia Turismo S.p.A., Terme di Santa Cesarea S.p.A., Torre d’Otranto S.p.A., S.A.P.O. S.p.A. e Costa di Sibari S.p.A., per la realizzazione di poli turistici integrati in Sicilia (Sciacca-Agrigento), Calabria (Simeri Crichi-Catanzaro, Gizzeria-Catanzaro e Sibari-Catanzaro) e Puglia (Otranto-Lecce), aree ricadenti nell’Obiettivo 1, coperte da deroga dell’articolo 87.3.a) del Trattato C.E.;
il piano di investimenti originario prevedeva investimenti per 319.266.000 euro, agevolazioni finanziarie pari a 141.151.470 euro (di cui 74.534.500 euro a carico dello Stato, 7.507.630 euro carico della regione Siciliana, 40.000.000 euro a carico della regione Calabria e 19.109.340 euro a carico della regione Puglia) e nuova occupazione diretta pari a 1.449 U.L.A.;
con nota del 23 gennaio 2006, il ministero delle attività produttive ha sottoposto al CIPE la proposta di rettifica dei dati occupazionali e dell’ubicazione di alcune delle iniziative indicata nella citata delibera n. 84/2004;
in data 22 marzo 2006 il ministero delle attività produttive, oggi ministero per lo sviluppo economico, veniva autorizzato dal CIPE a accettare le modifiche proposte da Sviluppo Italia Turismo per la riduzione del piano di investimenti originario, la redistribuzione geografica delle risorse pubbliche impegnate e dell’occupazione totale prevista limitata a 1.203 U.L.A. (unità lavorative annue);
secondo quanto affermato da Sviluppo Italia Turismo e dalla sua controllante Sviluppo Italia la riduzione richiesta e poi concessa si rendeva necessaria sia per il rapido avvio degli investimenti proposti, rimuovendo quelle parti di programma previste lì dove maggiori erano le difficoltà di ordine amministrativo ed imprenditoriale, sia per riadeguare il volume degli investimenti alle prospettive di crescita del mercato nelle aree interessate dichiarate sempre da Sviluppo Italia Turismo e dai suoi Soci Privati;
ad oggi, ad ormai quattro anni di distanza dalla prima proposta, Sviluppo Italia Turismo non ha ancora avviato il programma di investimenti sul quale lo Stato ha impegnato e mantiene immobilizzate cospicue risorse;
nonostante i radicali cambiamenti imposti per legge dal Governo al vertice della Capogruppo per effetto – secondo quanto affermato dallo stesso Presidente del Consiglio dei ministri – dell’inefficacia dell’azione di Sviluppo Italia, nulla risulta essere ancora efficacemente disposto per i vertici delle partecipate con particolare riferimento a Società come Sviluppo Italia Turismo o Italia Navigando dove più di altre sono immobilizzati importanti progetti di sviluppo e cospicue risorse finanziarle pubbliche;
si ha ragione di dubitare, in forza di alcuni elementi che scaturirebbero da elaborazioni diffuse sul territorio, che vi sia una nuova progettazione di Sviluppo Italia Turismo;
di dette finalità il vertice di Sviluppo Italia Turismo e la direzione operativa di Sviluppo Italia che coordina il programma sembrerebbero essere consapevoli e non si sarebbe attivata nessuna verifica della coerenza tra le nuove ipotesi progettuali e a specificità del Contratto di Programma oggetto delle diverse delibere CIPE;
la diretta conseguenza di tali atteggiamenti è l’immobilizzo delle risorse finanziarie stanziate dal CIPE a danno delle aree interessate e dei programmi di sviluppo già deliberati;
la strategia attuata da Sviluppo Italia Turismo, alla luce dei continui rinvii nei programmi e della progressiva riduzione degli interventi nelle aree che più di tutte
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sono interessate da fenomeni di deficit di crescita come quelle Calabresi, sembrerebbe secondo gli interpellanti configurarsi come specificamente pensata per spostare risorse pubbliche verso attività di per sé già pienamente redditizie e quindi prive dei requisiti per essere ammesse a beneficiare del sostegno pubblico;
il suo Management e la Controllante Sviluppo Italia sarebbero pienamente consapevoli del metodo e delle finalità che realmente intendono raggiungere proponendo programmi di sviluppo che di volta in volta vengono non avviati e poi puntualmente ridimensionati;
in base all’importanza che anche il Governo attribuisce allo sviluppo del settore turistico ed ai dati noti sulle positive ed esponenziali tendenze di crescita del settore sembrano essere completamente destituite di ogni fondamento le proiezioni economiche presentate dal vertice della Società di Stato per giustificare i continui rinvii e le revisioni del piano di sviluppo;
sembrerebbero esserci inadempimenti immotivati da parte dello stesso management, tali da rendere impossibile agli Organismi Amministrativi Territoriali preposti il rilascio delle necessarie autorizzazioni amministrative, ancorché conclamate dagli stessi vertici al momento della presentazione delle domande di contributo -:
quali urgenti provvedimenti il Governo intenda assumere per verificare se il Governo sia pienamente informato delle attività svolte dai suoi Uffici periferici locali e se abbia fornito in tal senso le necessarie informazioni agli Uffici Regionali competenti in materia per l’avvio del piano di investimenti di cui alle agevolazioni concesse, valutando se non si ravvisino all’interno dei fatti descritti elementi che giustifichino l’apertura nelle sedi opportune di approfondite verifiche sull’attività di Sviluppo Italia Turismo e degli altri soggetti responsabili dei ritardi e delle possibili incoerenze tra revisione dei piano di investimenti ed il mantenimento della contribuzione pubblica.
(2-00433)
«Galati, Adolfo, Ciro Alfano, Barbieri, Bosi, Capitanio Santolini, Compagnon, D’Agrò, D’Alia, De Laurentiis, Delfino, Drago, Forlani, Formisano, Galletti, Greco, Lucchese, Marcazzan, Martinello, Mazzoni, Mele, Mereu, Peretti, Romano, Ronconi, Ruvolo, Tassone, Tucci, Zinzi, Volontè, Giovanardi, Oppi, Tabacci, Vietti, Osvaldo Napoli, Paolo Russo».
Svolgimento di interpellanze urgenti (ore 16,05).
(Gestione della Società Sviluppo Italia – n. 2-00427)
PRESIDENTE. Il deputato Ossorio ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00427(vedi
l’allegato A – Interpellanze urgenti sezione 4).
GIUSEPPE OSSORIO. Signor Presidente, vorrei ringraziare il viceministro, onorevole D’Antoni,
per la sua presenza da cui deduco che l’attenzione del Governo sull’argomento che illustrerò
brevemente è enorme, perché immenso è il problema.
Signor Presidente, è da diverso tempo che abbiamo di fronte a noi un problema la cui eventuale e
coerente risoluzione rappresenta una grande opportunità di crescita per il nostro paese. È uno dei
capitoli più complessi della gestione aziendale pubblica italiana degli ultimi dieci anni, le cui
contraddizioni hanno assunto quasi un carattere emblematico. Mi riferisco alla questione di
Sviluppo Italia Spa, ossia di quella società nata, come è ben noto, nel 1999, con la missione di
promuovere, accelerare e diffondere lo sviluppo imprenditoriale del paese tramite l’attrazione di
investimenti esteri.
Come è noto, si è trattato di un esperimento che ha prodotto risultati molto contraddittori che, per
alcuni aspetti, qualcuno non esita a definire fallimentari. Certo, al di là di qualsiasi intento
polemico, si può affermare che ha rappresentato un investimento costoso e doloroso per le finanze
pubbliche del nostro paese. Di certo, per alcuni aspetti ha mostrato l’inclinazione ad una di quelle
degenerazioni tipiche del sistema statale italiano – verso cui ormai vi è un’azione contraria da parte
della maggior parte della classe politica italiana -, che pare avere quasi un’innata predisposizione
all’inefficienza, i cui elevatissimi costi, in termini di sviluppo e di crescita, ciclicamente ci si ritrova
a fronteggiare.
Dopo aver creato holding con scopi nobili di attrazione di investimenti per le aree svantaggiate, lo
Stato, dopo qualche anno, si è spesso dovuto confrontare con creature diverse rispetto allo scopo per
cui erano state create: strutture anacronistiche, enormemente ramificate, estese e cresciute, capaci di
vivere di vita propria, basandosi spesso su meccanismi poco chiari dal punto di vista dell’azione
quotidiana contabile e gestionale, enormemente costosi, perché inclini a metodi di gestione da
guardare con molta attenzione.
A dire il vero, cosciente di questo brutto difetto italico – chiamiamolo così – proprio Sviluppo Italia
nasceva, nell’intenzione di chi l’aveva voluta, anche per contrastare questa tendenza, per essere
l’esempio di un nuovo modo di fare e di intendere l’investimento pubblico.
A quanto pare, le intenzioni non hanno trovato un chiaro riscontro. Infatti, risulta all’interpellante
che Sviluppo Italia si è avvalsa, in questi otto anni, di: 1.677 dipendenti, 11 società controllate
direttamente, oltre 30 controllate indirettamente e 17 società regionali; ha speso 84 milioni l’anno
per spese amministrative e ha pagato retribuzioni alte ai manager, ben oltre i tetti stabiliti quest’anno
in finanziaria. A fronte di tutto questo ha raccolto, se le mie informazioni sono giuste, solo 300
milioni di euro di investimenti in due anni.
Se queste poche cifre corrispondono al vero, e chiedo a lei, signor ministro, di dare al riguardo una
conferma definitiva, anche per fare chiarezza rispetto ai tanti dati riportati a più riprese dagli organi
di comunicazione, il risultato non si potrebbe definire certo eclatante; al contrario, difficilmente si
potrebbe contestare il fallimento rispetto allo scopo per cui l’agenzia Sviluppo Italia era nata e che
era nelle aspettative di gran parte della classe politica italiana.
Nell’arco di questo periodo, pare che questa società abbia creato un vero e proprio gruppo
piramidale, come si dice in economia aziendale. Si tratta di un sistema di partecipazione, per così
dire, «a cascata», con 11 società partecipate, ognuna delle quali non solo aveva al proprio interno
decine di consiglieri di amministrazione, secondo le notizie riportate dai giornali, più che
lautamente retribuiti, ma, come in un gioco di incastri, Pag. 13possedeva partecipazioni in altre
società ove, spesso, i consiglieri ricoprivano anche una doppia mansione, con retribuzioni
evidentemente doppie.
Tuttavia, l’oggetto dell’interpellanza non è costituito solo dalle retribuzioni, ma anche dalla qualità
della spesa pubblica. Al riguardo, potrei citare diversi esempi, attingendo alle notizie riportate dalla
stampa. A tale proposito, pare opportuno che il Governo chiarisca, tra l’altro, la situazione di Italia
Navigando, una delle 11 società di scopo che, a quanto pare, non può certo vantare una storia
aziendale di grande successo. La società possiede ancora 15 società controllate e 12 collegate, tra le
quali anche la Marinagri resort Spa, impegnata nella costruzione di un villaggio turistico sulla costa
ionica. Al riguardo, alcune fonti di agenzia (ad esempio, l’Ansa del 26 e del 27 febbraio 2007 o
l’AdnKronos del 27 febbraio 2007) hanno avuto modo di interessarsi al problema e di dare
comunicazione di ciò che accadeva nella zona della costa ionica, dove era in atto la costruzione di
un villaggio turistico.
Appare dunque necessario chiarire anche l’aspetto del livello dei costi e delle consulenze esterne, di
cui si è spesso avvalsa Sviluppo Italia, considerandoli in particolare rispetto agli obiettivi
effettivamente raggiunti.
Solo per fare alcuni esempi, in virtù di quanto riportato da diversi organi di informazione, in base a
dati di cui sono in possesso, tra il 2004 e il 2005 Sviluppo Italia avrebbe speso ben 90 mila euro di
consulenze per modificare solo l’immagine del gruppo all’estero (probabilmente il logo) e avrebbe
affidato a singole società cifre decisamente considerevoli: 224 mila euro per gestire servizi come il
call center. Sarebbero stati anche finanziati piani per individuare gli sprechi, per farne la mappatura
e bilanciare così la società.
Allo stato, all’interrogante non è dato conoscere il risultato di tali piani e potrebbe essere utile che il
Governo intervenga per renderli noti, forse questo pomeriggio. Insomma a quanto pare ci troviamo
di fronte ad una gestione che appare non solo improduttiva, ma anche contraria allo spirito con il
quale l’agenzia era stata ideata.
Sviluppo Italia, anziché attrarre investimenti e finanziare progetti ed idee innovative, soprattutto per
il Mezzogiorno che ci sta molto a cuore, come sta a cuore al viceministro, onorevole D’Antoni, pare
abbia finito per svolgere un ruolo diverso, forse, improprio, facendo salvataggio di aziende anche
statali, indebitate, investendo a fondo perduto in imprese già in gravi difficoltà sul mercato. La
partecipazione in diverse società con lo scopo di salvare altre imprese pare confermare questa
distorsione.
In definitiva, Sviluppo Italia – la mia opinione pare abbastanza consolidata e diffusa – ha
evidentemente fallito la missione per cui era stata creata dal Governo nel 1999.
Esistono oggi due ordini di problemi. Da un lato, abbiamo ancora bisogno di fare luce su alcuni
aspetti della passata gestione e di individuare le responsabilità di quanti hanno contribuito agli
sprechi di risorse, alla deviazione degli investimenti, nonché alla divergenza rispetto alla natura
delle progetto, ma dall’altro occorre, a mio parere, fare luce anche sulle responsabilità politiche, se
esistono, che hanno contribuito a tale distorsione.
Con la mia interpellanza, le chiedo, pertanto, di fornire una risposta agli interrogativi posti e,
successivamente, di indagare per capire come e perché sia stato possibile usare l’agenzia in modo
così poco comprensibile e contraddittorio, non perseguendo il bene della nazione.
Chiedo alla Presidenza la possibilità di consegnare agli uffici il testo scritto della restante parte del
mio intervento.
PRESIDENTE. Il Viceministro dello sviluppo economico, Sergio Antonio D’Antoni, ha facoltà di
rispondere.
SERGIO ANTONIO D’ANTONI, Viceministro dello sviluppo economico. Ringrazio l’onorevole
Ossorio per questa sua iniziativa, che stimola il Governo a misurarsi con un tema significativo ed
importante. Pag. 14Del resto, il tema era già stato affrontato in maniera molto puntuale durante l’iter
della legge finanziaria, sia in questo ramo del Parlamento sia al Senato e, dopo un dibattito tra le
forze politiche e lo stesso Governo, si è pervenuti alla formulazione di alcuni articoli importanti
della stessa legge, che indicano una strada nuova per lo strumento Sviluppo Italia. Tale strada è
quella che noi stiamo perseguendo ed applicando proprio per cercare di uscire da una condizione
che definiamo critica.
Sui particolari si potrebbe fare un esame dettaglio quanto si vuole, ma ciò che conta in questo
momento è che noi, applicando la norma della legge finanziaria, abbiamo provveduto alla nomina di
un nuovo consiglio di amministrazione composto da tre persone, proprio per aprire una fase nuova
di riproduzione di consiglieri e, attraverso questi, di dispersione di risorse, perché, come stabilisce
la legge finanziaria, noi, partendo da Sviluppo Italia, dovremo avere la «casa madre», composta da
un consiglio di amministrazione di non più di tre persone, e poi quattro società al massimo, tre
società di intervento ed una cosiddetta società veicolo, che raccolga tutte le partecipazioni di
minoranza che Sviluppo Italia ha collezionato nel corso della sua iniziativa. Nessuna di queste
quattro società potrà avere più di tre consiglieri. Questa misura fornisce l’idea di un modo di
muoversi da parte di questo Governo e dell’attuale maggioranza, totalmente diverso da quello del
Governo precedente.
In questo senso, la formulazione che noi diamo allo stesso strumento Sviluppo Italia, anche a partire
dalla sua denominazione, fornisce un contributo di chiarezza. Sviluppo Italia cambierà nome e
diventerà Agenzia per l’attrazione degli investimenti e per lo sviluppo di impresa proprio per
rimarcare di per sé, sin dalla sua denominazione, il compito per cui era nato e che nel corso degli
anni ha smarrito. Puntiamo ad un piano di riconversione molto forte, che, utilizzando anche le
risorse professionali interne esistenti, possa determinare una condizione tale da poter svolgere il
proprio compito istituzionale: attrarre gli investimenti esteri, soprattutto nel Mezzogiorno.
Sappiamo tutti quanto abbiamo bisogno di questo strumento. L’Italia attrae scarsi investimenti
dall’estero in tutto il territorio nazionale e ne attrae ancora meno nel Mezzogiorno. Abbiamo
assolutamente bisogno, quindi, di uno strumento che serva a questo scopo, una vera e propria
agenzia. Altri paesi europei hanno portato avanti un’esperienza di agenzia molto positiva con
risultati importanti. Anche noi vogliamo provarci, pertanto, nell’individuare questo piano, che poi il
Parlamento ha approvato con la legge finanziaria, abbiamo delineato un percorso per raggiungere
questo tipo di obiettivo.
Nel consiglio di amministrazione abbiamo insediato delle persone a nostro giudizio valide e
competenti, di grande esperienza professionale, che giudichiamo in grado di affrontare questo tipo
di problematiche. Con le organizzazioni sindacali stiamo portando avanti l’impostazione di tutto il
progetto, che riordinerà e rimescolerà gli assetti della società.
Quindi, pur nel vincolo del mantenimento occupazionale, che noi vogliamo rispettare, non c’è
dubbio che ci sarà un riassetto ed un piano di mobilità significativo, che riguarderà il personale. Noi
questo lo vogliamo fare con il consenso delle organizzazioni sindacali e si tratta di una partita
importante e significativa, che stiamo portando avanti con impegno e serietà.
Nei prossimi giorni adotteremo il provvedimento, che la stessa finanziaria ci obbliga ad emanare.
Dunque, vogliamo rispettare la tempistica molto stretta prevista dalla finanziaria – si parlava infatti
del 31 marzo e del 30 giugno -, anche se vi sarà lo slittamento di qualche settimana a causa dei
tempi connessi con la nomina del consiglio di amministrazione, con il tipo di governance da
garantire alla società e con i passi necessari per l’adozione di questo provvedimento. Vogliamo
rispettare nella sostanza quanto scritto nella finanziaria. Per noi è infatti fondamentale questo piano
di riordino ed il raggiungimento di questi obiettivi.Pag. 15
Penso che, nel fare tutto questo, dobbiamo stare anche attenti a salvaguardare quello che di buono in
questi anni si è creato, nonostante le criticità. Sicuramente c’è un’esperienza di microcredito
significativo, soprattutto nelle regioni meridionali, che dobbiamo salvaguardare, perché costituisce
uno degli elementi importanti dello svolgimento dell’attività ed anche una delle esigenze del
territorio meridionale. Abbiamo inoltre l’esperienza significativa di una società, la Infratel Italia, che
nonostante tutte le difficoltàè riuscita a mettere in moto un importante processo di diffusione della
banda larga, da nessuno portata avanti nel sud se non da questa società (si tratta infatti della parte
meno appetibile dal mercato, che riguarda i piccoli comuni che non hanno una grande domanda).
Pertanto, se tale attività non viene portata avanti da una società pubblica, difficilmente questo
territorio potrà essere coperto dalle nuove tecnologie. Le regioni hanno poi stipulato una
convenzione con la società Infratel Italia, che va proprio in questa direzione. Abbiamo anche
registrato un uso del cosiddetto contratto di localizzazione, che è lo strumento che viene messo in
moto per l’attrazione di investimenti esteri, pari a 590 milioni di euro di investimenti, che se
verranno tutti compiuti daranno un’occupazione vicina alle cinquemila unità di nuovo personale.
Nel complesso, alcune delle attività vanno rispettate e potenziate. Molte altre, invece, dovranno
essere letteralmente trasformate, con un processo di ristrutturazione profonda e quindi con un’azione
di pulizia e con la fine di ogni pressappochismo e di ogni «formula» che possa far disperdere risorse
pubbliche. Tutto ciò, con una grande attenzione da parte del Ministero interessato e da parte del
Parlamento. In conclusione, credo che a questo lavoro di attenzione, che il Ministero deve rivolgere
a tutto quello che sarà svolto da Sviluppo Italia, deve corrispondere poi quel controllo parlamentare,
che iniziative pregevoli, come quella di oggi dell’onorevole Ossario, contribuiscono a determinare.
PRESIDENTE. A conclusione dell’illustrazione della sua interpellanza, onorevole Ossorio, lei aveva
chiesto di poter consegnare agli uffici il testo della parte finale del suo intervento. Al riguardo, la
Presidenza chiarisce quanto segue. Come lei sa, il procedimento relativo alle interpellanze è
caratterizzato dal principio di oralità, per garantire il contraddittorio con il Governo. Quindi, se lei
vuole, in sede di replica, consegnare il testo di eventuali considerazioni aggiuntive, naturalmente
questo è possibile.
Ha dunque facoltà di replicare il deputato Ossorio.
GIUSEPPE OSSORIO. La ringrazio, signor Presidente, anche per il richiamo formale alle modalità
di svolgimento in Assemblea del rapporto con il Governo in tema di interpellanze.
Innanzitutto voglio ringraziare, ma non formalmente, il viceministro, del quale ammiro sempre il
garbo e la qualità della politica, come la sua scuola riesce ancora a porgere.
Le devo dire, signor viceministro, che sono parzialmente soddisfatto per l’avvenire, vale a dire per
l’orizzonte che lei ha delineato rispetto ad una questione che sta molto a cuore sia alla sua cultura
politica, sia alla mia (che ritengo lei conosca).
Tuttavia, dopo averle evidenziato che Sviluppo Italia possiede undici società controllate
direttamente, trenta società controllate indirettamente e diciassette società regionali, e che sostiene
un costo annuo di 84 milioni di euro per spese amministrative (ciò significa, per un contabile, spese
generali), mi sarei atteso che il Governo dicesse all’Assemblea che, a causa della cattiva conduzione
- vale a dire, a causa di quella che oggi definiamo la «qualità» della spesa pubblica -, vorrebbe
operare in un determinato modo.
Dal momento che so che lei è molto sensibile a questo argomento, signor viceministro, vorrei
ribadire che il problema non è ciò che, forse, verrà realizzato – perché sono certo che lo faremo -,
ma quanto non è stato fatto. Si è trattato, infatti, di un disastro finanziario a danno Pag. 16della
spesa pubblica! Noi dovremmo farci carico di tale questione, comprendendo perché alcune cose non
siano state fatte.
Voglio sottolineare che non ho usato l’espressione «scatole cinesi», perché non appartiene al mio
linguaggio, ma ho parlato di «catena piramidale». Il problema, tuttavia, esiste, ed allora ritengo – e
sono certo che lei, signor viceministro, si farà carico di ciò – che occorra affrontarlo per capire cosa
non è accaduto!
Non sono un liberista, come lei sa bene; anzi, devo dirle che rimpiango la Cassa del Mezzogiorno.
Tuttavia, il danno che queste macrostrutture arrecano alla finanza pubblica è enorme: è questo il
motivo per cui sono certo che il Governo, nei prossimi tempi, presterà maggiore attenzione sotto
tale punto di vista.
Non devo ricordarle l’esperienza, che lei conosce bene, compiuta in Irlanda dall’Industrial
Development Agency (IDA): in tal caso, infatti, si è registrata una qualità dell’amministrazione della
spesa pubblica molto elevata. Soprattutto, non devo ricordare a lei che, nell’ambito di quella
esperienza, il cittadino ha l’opportunità di ottenere informazioni su ciò che compie l’azienda
pubblica, nonché sul modo in cui tale agenzia agisce e spende il danaro pubblico.
Vorrei, pertanto, che questo Governo – l’Esecutivo che ho voluto e per il quale, in campagna
elettorale, mi sono battuto – affrontasse tale problema, anche perché, in questo modo, potremmo
dare finalmente una risposta seria alla questione meridionale.
La ringrazio, signor viceministro: spero che, in un prossimo futuro, avremo modo di interloquire
sugli interventi che questo Governo saprà sicuramente realizzare, al contrario di quanto è avvenuto
in passato
PRESIDENTE. È così esaurito lo svolgimento delle interpellanze urgenti all’ordine del giorno.
Allegato B
Seduta n. 184 del 25/7/2002
Pag. 5118
ALFONSO GIANNI. – Al Ministro delle attività produttive. – Per sapere – premesso che:
con il decreto n. 185 del 2000 viene affidata a Sviluppo Italia la gestione delle forme di
incentivazione che fanno riferimento alle leggi n. 236 del 1993, n. 95 del 1995, n. 608 del 1996, n.
135 del 1997 e n. 448 del 1998, distinguendo fra le forme di autoimprenditorialità e quelle di
autoimpiego;
gli aspiranti imprenditori che hanno scelto il primo percorso hanno dovuto sopportare un impegno
di risorse finanziarie e umane nella fase di avvio ben superiore a quello richiesto dal «prestito
d’onore»;
a questo vanno aggiunte le lunghezze e le complessità dell’iter di approvazione dei progetti
presentati;
diversi di questi progetti hanno superato la prima fase valutativa, detta F1;
per poter accedere alla seconda fase sono necessari investimenti che in taluni casi possono arrivare
fino al 50 per cento del valore del progetto;
terminata anche questa fase, diverse neo aziende sono in attesa della firma del contratto per poter
fare fronte agli impegni presi in conseguenza dei primi investimenti effettuati;
il Ministro Tremonti ha però bloccato qualsiasi ulteriore impegno finanziario da parte di Sviluppo
Italia, almeno secondo quanto affermato dai dirigenti della stessa;
quindi, in considerazione di tutto questo, decine di neo aziende (circa 50 secondo i dati di Sviluppo
Italia), sono ormai prossime alla bancarotta -:
come il Ministro interrogato intenda agire, e in quali tempi, per permettere a queste aziende di
diventare operative ed evitare quindi un disastro finanziario ed una mortificazione di volontà, di
capacità, di professionalità indispensabili all’economia del nostro Paese.
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